La Lituania è il più grande dei tre Paesi baltici e, per la sua posizione geografica, costituisce un ponte naturale verso un mercato più vasto, che include Bielorussia, Polonia orientale, Lettonia, Estonia e Russia. Secondo i più recenti dati (provvisori) dell’Istituto Nazionale di Statistica lituano (settembre 2010) la popolazione ammonta a 3.269.600 unità, in diminuzione dello 0,36% rispetto alla fine del 2008 ed in linea con un trend che dal 2004 ha visto la popolazione lituana ridursi del 2%.
Il sistema produttivo lituano ha attraversato una fase di profonda trasformazione. Prima dell’acquisizione dell’indipendenza nel 1991 l’industria occupava una posizione di primo piano nell’economia lituana, seguita dall’agricoltura, dalle costruzioni e dai trasporti.
Dopo la dissoluzione dall’Unione Sovietica, la Lituania ha perso il suo mercato principale e la possibilità di accesso a fonti energetiche a prezzi convenienti: non essendo membri della Comunità degli Stati Indipendenti, i Paesi baltici hanno dovuto pagare in valuta forte tutto il carburante importato dalla Russia. Il settore industriale e quello agricolo hanno attraversato una fase di forte recessione, mentre gli unici settori economici che hanno mantenuto una certa crescita durante la fase di transizione sono stati i servizi, ed in particolare il commercio e i trasporti.
Alla fine degli anni ‘90 tutto il sistema produttivo lituano ha invece scontato gli effetti della crisi economica della vicina Russia, che in Lituania ha generato, nel corso del 1998, chiusure di impianti, tagli alla produzione e perdite di posti di lavoro. L’inevitabile declino economico che ha segnato il 1999, ha avuto un impatto su tutti i settori dell’economia, ed in particolare sulla produzione industriale e sul settore dei servizi che hanno mostrato alcuni segni di sofferenza.
Una certa ripresa è stata tuttavia evidente già dal 2000. Oggi però il settore produttivo lituano è posto dinanzi alla sfida del veloce adeguamento agli standard di qualità dell’Unione Europea, anche per sostenere l’esposizione alla concorrenza delle imprese europee. Grande affidamento si ripone pertanto sull’afflusso dei fondi europei per il recupero della competitività produttiva del Paese.
Le statistiche – relative al IV trimestre 2009 – indicano che l’agricoltura ha inciso per il 4,4% del PIL, scendendo dall’11% del 1995; si tratta in ogni caso di una percentuale che è ben al di sopra della media europea del 2%. Il settore dei servizi, invece, è passato dal 57,5% del PIL del 1995 al 68,9% dell’ultimo dato disponibile (nell’ambito del comparto del terziario, i Rapporti Paese congiunti Ambasciate/Uffici Ice estero 1^ sem. 2010 settori come il commercio, i trasporti, le comunicazioni ed i beni immobili hanno inciso per il 47,6% della produzione nel IV trimestre 2009, mentre i servizi pubblici, come l’istruzione, la sanità e la pubblica amministrazione hanno contribuito per un ulteriore 21,3%).
Il restante 26,7% è il contributo del settore industriale alla formazione del PIL. Il 75% dell’attività economica ha luogo nella sfera del settore privato. L’asse portante della struttura produttiva del Paese è costituito dalle industrie alimentari, da quelle per la lavorazione del legno e da quelle tessili, mentre il settore più dinamico è quello dei servizi, ambito nel quale una delle voci più importanti è costituita dal commercio di transito, soprattutto di prodotti petroliferi da e verso l’enclave russa di Kaliningrad.